La vera fortuna

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Murales alla Kalsa di Palermo ©Ljus av Balarm

Teresa si riteneva fortunata, cosa che stupiva tutti quelli che la conoscevano da tempo o che la incontravano per la prima volta. Aveva un marito meraviglioso, dei cari amici, una casa graziosa, i soldi non le mancavano, almeno quelli che permettevano a lei, a suo marito e ai loro figli di condurre una vita tranquilla, viveva in un posto che le piaceva molto, vicino il mare abbastanza per sentirne il profumo. Che le mancava?

Sì, a parte quella faccenda della sua malattia, che la accompagnava da quando aveva dieci anni, ma che lei aveva imparato via via a non considerare come un limite bensì come uno dei tanti modi in cui si vive su questo pianeta. Ciclicamente doveva sottoporsi alle cure per tenerla a bada e allora quelli erano giorni senza dubbio duri, dolorosi e lunghi, ma poi passavano e la vita tornava ad essere tutte quelle belle cose che elencava a chiunque le chiedesse come faceva ad essere felice con quella “croce” che aveva addosso sempre.

Croce? Ripeteva sempre lei stupita! E i bambini malnutriti dell’Africa, allora? O quelli per la cui patologia non c’era ancora neanche l’ombra di una cura? I profughi disperati dei paesi martoriati dalle guerre? Le donne di certi posti del mondo che venivano ancora considerate meno che schiave o oggetti inutili? I poveri della sua città, che aumentavano sempre più in numero e disperazione?

Da bambina sua madre le diceva spesso:

ricorda che c’è sempre qualcuno che sta peggio di te!

E lei aveva fatta propria quella lezione, tanto che, da quando i suoi figli erano diventati grandi, trascorreva ogni pomeriggio dal lunedì al venerdì in un centro sociale di un vecchio quartiere cittadino dove dava lezioni di italiano alle donne straniere e aiutava i loro figli a fare i compiti.

Anche quel mercoledì pomeriggio, infatti, era lì al Centro per il doposcuola, con i bambini che si impelagavano negli ostacoli della matematica. Il suo trucco era quello di trasformare tutto in divertimento, persino le frazioni! Era impegnata a vegliare sui ragazzini che scrivevano scrupolosi sui fogli dei quaderni quello che lei gli aveva appena spiegato, quando sentì la voce sommessa che le parve parlare piangendo. Raggiunse la finestra più vicina e guardò fuori in cortile, dove Don Mimmo – il sacerdote responsabile del Centro – stava parlando con una giovanissima donna dal viso rigato di lacrime. Non poteva udire quello che si dicevano, ma vedeva perfettamente la disperazione sul volto nero della ragazza e il dispiacere su quello del sacerdote. Don Mimmo scuoteva continuamente la testa e allora Teresa comprese che probabilmente la giovane stava esponendo un problema per il quale il religioso non poteva offrirle soluzione. Che poteva mai essere?

Attese che la lezione finisse e che i bambini sciamassero allegramente verso l’esterno, quindi andò in cerca della giovane. Non la vide più, ma trovò don Mimmo e a lui confessò di avere assistito alla scena e chiese di che si trattasse. Allora il prete le raccontò che quella donna proveniva dalla Nigeria, che a Palermo aveva trovato lavoro a servizio da una famiglia benestante, ma nel suo Paese d’origine il marito era improvvisamente morto di una forma fulminante di leucemia e i loro due figli si erano ritrovati orfani, malati entrambi di anemia, senza nessuno che si potesse occupare di loro, destinati alla morte in strada strada o in un orfanotrofio – se lei non fosse riuscita a farli venire in Italia, dove sperava di farli curare da un dottore del Policlinico che si era detto disponibile. Il viaggio però aveva un costo che superava troppo le sue finanze! Per questo era venuta al Centro: in cerca di un aiuto economico che lei si sarebbe impegnata a restituire lavorando duramente. Teresa stessa sapeva che il Centro operava solo grazie a donazioni volontarie da parte di persone dal buon cuore e comprese le ragioni per le quali Don Mimmo si era trovato costretto a rifiutare la richiesta della giovane: con i soldi che le avrebbe dato avrebbe potuto mantenere aperto il Centro per mesi e mesi e fare del bene a decine e decine di persone! Era la solita amara questione del bene di molti sopra il bene di pochi.

Teresa si portò una grande tristezza a casa quella sera. Pensava alla donna – Amina – ai suoi figli ammalati di una patologia che, se in Italia aveva ormai buona cura, lì in Africa invece era ancora mortale. Pensava come fosse ingiusto che – in un’epoca in cui migliaia di persone ogni giorno viaggiavano per turismo – un viaggio di salvezza come quello dei due bambini fosse pari ad un lusso impraticabile!

“Ecco – avrebbe detto a tutti – avete visto: questa è la vera sfortuna, quella in cui una madre rischia di veder morire i propri figli per mancanza di soldi!”.

Si portò quel pensiero anche a letto, con suo marito che stupito le chiedeva che cosa mai la turbasse tanto. Si addormentò tardi e dormì male, tanto che nel cuore della notte si svegliò di soprassalto con il cuore in gola ma con una decisione presa. Si alzò silenziosa e attenta a non svegliare il marito, quindi prese da un cassetto del comò il grande portagioie in cui custodiva i suoi preziosi e andò in cucina. Ogni gioiello era legato ad un ricordo caro: bracciali, anelli, una collana, degli orecchini; ognuno aveva una storia, ognuno era stato un dono di suo padre fino a che lei era stata a casa con lui e sua madre. Per quindici anni, ad ogni suo compleanno, per festeggiare la sua vita a dispetto della malattia, il padre le aveva regalato un gioiello, a lei che era il suo gioiello più prezioso. Quegli oggetti erano il simbolo del suo esserci anno dopo anno, anni strappati al male e guadagnati alla vita. Suo padre era morto tre anni prima e da quel momento tutti quei gioielli erano diventati le loro memorie, la storia dell’amore di suo padre per lei. L’amore di un genitore per la propria figlia. Proprio come l’amore di quella giovane madre che disperava di portare i suoi bambini verso la cura e quindi la vita. Le si spezzava il cuore al solo pensare ciò che stava ormai decidendo, ma sentiva inesorabilmente che fosse la cosa più giusta.

Purtroppo, però, non era esperta di queste cose, quindi dovette chiedere aiuto a Don Mimmo, perché le indicasse dove poter vendere i gioielli a un prezzo che non fosse troppo basso. L’uomo provò a dissuaderla, perché conosceva la storia di quei gioielli, ma capì quanto lei fosse caparbia anche in quello. Così in un paio di giorni, Teresa ebbe una bella cifra e l’indirizzo della giovane madre. La andò a trovare da sola e le si presentò senza troppi preamboli, spiegandole che aveva saputo per caso della sua vicenda e che aveva chiesto al prete dove abitasse. Amina la ascoltò prima stupita, poi speranzosa. Lo stesso però dapprima rifiutò l’offerta, che accettò solo quando si convinse che Teresa aveva di che vivere a sufficienza e che quello non era un sacrificio eccessivo per lei. Promise solennemente di restituire l’intera cifra e si offese quando Teresa accennò alla possibilità che il prestito andasse a fondo perduto. Si abbracciarono con forza prima di lasciarci e la speranza che Teresa lesse in quei grandi occhi marroni poté lenire il dolore per le “memorie” che ormai non c’erano più.

Quando la sera tornò a casa, trovò suo marito in camera da letto con in mano il portagioie vuoto. Non gli aveva detto nulla delle sue intenzioni, ma quella sera dovette spiegargli tutto. L’uomo la ascoltò attonito, rimproverandola per la sua sconsideratezza, ma sapeva bene come Teresa fosse fatta e alla fine la abbracciò dolcemente sussurrandole che lei era la donna migliore del mondo.

Passarono dei giorni, Teresa si chiedeva cosa stesse accadendo, se i bambini fossero partiti, se ci fossero stati complicazioni. Andò anche a casa della giovane madre, ma non trovò nessuno e i vicini le dissero che era partita.

Era passato più di un mese e metà di dicembre era già andata via, portando la vita quotidiana verso la magia del Natale. Teresa era al Centro e ascoltava con altri una conferenza sulla ricerca sostenuta dai fondi del Telethon, di cui quella sera si sarebbe anche tenuta la trasmissione in tv. Ascoltava e pensava a quante cattive malattie esistessero, a quanti modi la vita potesse essere minacciata da quella che il giovane oratore aveva definito una casualità genetica. Era già arrivata al terzo sms inviato al 45510, pensando a quando era stata la sua patologia a non avere ancora una cura.

Una mano si poggiò ad un tratto sulla sua spalla, lieve. Si voltò sorpresa e incontrò il sorriso felice di un bambino africano di circa sei anni, che la guardava con una grande luce negli occhi marroni. Il cuore le batté forte per un presentimento. Rispose al sorriso, ma già con gli occhi cercava attorno e vide un altro bambino, molto più piccolo, in braccio alla loro madre. La giovane Amina la guardava con indescrivibile gioia e riconoscenza, tanto che le parve l’immagine di una Madonna benedetta dalla gioia del paradiso. Si alzò e prese per mano il bambino, che subito le si strinse. Emozionata, raggiunse con lui gli altri due. La mamma nigeriana le porse il piccolo, forse due anni, e lei lo prese volentieri in braccio, con le lacrime agli occhi.

<<Ci sei riuscita, Amina!>> esclamò colma di felicità.

La giovane confermò con un larghissimo sorriso bagnato da lacrime e la abbracciò con forza. Uscirono, perché tutti li guardavano e il giovane ricercatore si era interrotto per guardare. Teresa voleva sapere tutto, se era stato difficile fare entrare i bambini in Italia, se avevano già contattato il medico del Policlinico, ma si interruppe perché Amina le porse una sottile collana con un piccolo e semplice crocifisso che si era appena tolta dal collo. Teresa la prese senza capire e allora Amina parlò:

<<So tutto quello che tu non mi hai detto, Don Mimmo me lo ha spiegato, so quello che hai fatto per aiutarmi. Questo è l’oggetto più prezioso che ho, l’unico gioiello che mia madre ha potuto darmi quando sono partita per venire a cercare il lavoro qui. Nel mio paese, se lo vendi, puoi fare mangiare la tua famiglia per settimane. Ma io ora sono qui e grazie a te anche i miei figli sono qui, per cominciare la cura. Per questo voglio che lo tieni tu ora, perché da oggi anche tu sei la madre dei miei figli>>.

Con il cuore furioso di commozione, Teresa si slanciò ad abbracciarla. Era felice, era fiera di essersi fidata di Amina, di avere dato una nuova possibilità ai suoi due bambini, di aver saputo fare l’uso migliore delle “memorie” di suo padre. Non si sognò neanche di rifiutare il dono, comprendendone l’importanza per Amina e per se stessa. La indossò subito e il sorriso gioioso di Amina le disse che aveva fatto la cosa più giusta. Economicamente quella crocetta non valeva neanche come la metà di uno qualsiasi dei gioielli che lei stessa aveva venduto un mese prima, ma ne era certa e non avrebbe mai cambiato idea: quella era la “vera fortuna”. E lei l’avrebbe custodita sempre con il massimo della cura.

NB dal 1 al 31 dicembre è possibile effettuare donazioni a Telethon, tramite messaggio al 45510, per sostenere l’infaticabile ricerca contro le malattie genetiche rare!❤


La vera Fortuna – MicroRacconto di ©Ljus av Balarm

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