Molecole di luce

18-12-15-00-17-08-787_deco5124500593688594009.jpgL’attimo in cui la notte diventa giorno; ecco che cosa Isabella aveva inseguito per tutto il pianeta, durante tutta la sua vita. Se guardava indietro alla sua storia, era certa che non ci fosse stata epoca senziente nella sua esistenza – dai quattro anni in su – in cui quello non fosse stato il suo pallino. Da bambina lo aveva riprodotto su migliaia di disegni, tanto da preoccupare gli insegnanti – e di conseguenza i suoi genitori – su quella sua fissazione “forse autistica”. Poi aveva scoperto la passione per la scrittura e allora aveva buttato giù poesie e racconti su quel mitico passaggio, in cui aveva immaginato che accadesse qualsiasi cosa di straordinario, persino incontri con alieni. In ultimo, nell’età adulta, era approdata alla sua vera attitudine, la fotografia, e allora era diventata una freelance in giro per il mondo, pronta nel carpire lo scatto improvviso e paziente nell’attendere la perfezione della scena. Aveva visto e fotografato letteralmente mezzo mondo, i suoi scatti premiati ripetutamente; alcuni considerati persino “capolavori”. Il suo obiettivo, come lente e come scopo, non aveva mai dimenticato la fonte originaria, la prima motivazione che l’aveva portata a lasciare casa a soli vent’anni e attraversare Europa, Asia e Oceania: l’attimo in cui la notte diventa giorno. Lo aveva avuto presente in mente anche quando aveva ripreso scene di tutt’altro tipo; ogni volta che le avevano detto “questo è uno scatto perfetto” e lei aveva detto a se stessa: “lo scatto perfetto sarà quello che mi svelerà il mio attimo”, ancora non trovato.

E ce lo aveva in mente anche quella notte, frizzante aria di dicembre a cavallo fra il 23 e il 24. Era tornata a casa per una manciata di giorni, perché era diventata zia per la prima volta – primariamente – ma anche perché – segretamente – all’improvviso, un giorno di metà dicembre, aveva sentito una viscerale mancanza, come un bisogno di ritorno all’infanzia, una specie di richiamo ineluttabile, che l’aveva portata a sconvolgere la sua agenda ancora prima di sapere che sua sorella minore aveva deciso di mettersi in travaglio due settimane prima del tempo previsto. Evenienza quella che le aveva permesso provvidenzialmente di mascherare il vero motivo di quel suo ritorno a casa. Sorrise di biasimo a se stessa, pensandoci, ma anche di birichina soddisfazione perché subito il suo corpo rispose a quella sensazione magnifica di golosità, procurandole l’acquolina in bocca. Sì, ok, era allucinante e infantile, ma quella era la verità: all’improvviso, lì in Islanda, aveva sentito l’urgenza, la necessità vitale di… beh sì, di addentare la massa morbida di riso sotto la scorza dorata e croccante delle mitiche arancine di sua madre. E allora? C’era qualcosa di male? In ogni caso non era certo un crimine essere tornata a casa per la sua nipotina – evento emozionantissimo! Inoltre non era forse giusto andare a trovare per Natale la sua famiglia, che negli ultimi 15 anni aveva visto talmente tanto poco che a volte aveva avuto la brutta sensazione di non ricordare i volti dei suoi cari? E poi… gnam gnam… se si metteva lì a pensarci… mamma mia! Quelle arancine! Il giorno prima, era andata lei stessa con sua madre al supermercato a comprare gli ingredienti e si era sentita felice come una bambina; tanto che sua madre era stata contenta di stare a braccetto con lei, che sempre le altre volte in visita a Palermo sembrata posseduta dalla smania di riandare via! E che importava se ormai Santa Lucia era trascorso da un bel po’: il suo arrivo valeva bene una tavola di arancine e sarebbero state menù perfetto per quella vigilia di natale a casa!

Proprio quando la mezzanotte aveva introdotto quella vigilia, si era alzata dal letto, con l’improvviso terrore che accadesse qualcosa che potesse impedire la preparazione delle straordinarie palle di riso farcite. Zitta zitta e scalza, era scivolata in cucina per controllare che ogni ingrediente fosse presente e ben conservato in attesa della magica trasformazione in delizia! La loro vista l’aveva tranquillizzata ed era tornata sui propri passi verso la cameretta della sua adolescenza, rimasta uguale ad allora. Nel passaggio, però, era stata attratta dalle calde luci colorate dell’immenso albero che suo padre era solito allestire nella grande sala d’ingresso, ogni anno accostando agli addobbi più antichi alcuni di nuovo acquisto, tutti meticolosamente ricercati per negozi e mercatini. La passione di suo padre per l’albero era una delle cose più belle che ricordava della sua infanzia, quando insieme a lui e a sua sorella trascorrevano ore a scegliere, a sistemare, a rimirare – sulle note dei canti natalizi. Poi era arrivata l’adolescenza con il suo carico di narcisismo e incomprensioni e suo padre era stato lasciato solo in quel rituale. Ma quell’albero era di nuovo lì, ancora lì, sempre più bello, anche adesso che suo padre era diventato nonno. Lo ammirò come non faceva da almeno un decennio – e come avrebbe potuto, se tutti gli ultimi natali li aveva trascorsi in luoghi in cui, a volte, natale non era neanche una festa locale? Si intenerì alla cura con cui ad ogni addobbo suo padre aveva dato una collocazione precisa, mai la stessa attraverso gli anni, con una “logica” che da bambina aveva saputo decifrare e che invece da adolescente aveva aspramente criticato. Adesso, invece, nel cuore della notte e nella quiete della sua casa natia, le sembrava naturale e immediato indovinare la ragione di ogni scelta di suo padre, perché quella campana lì, perché quell’angelo qui, perché le luci attorno a quella sfera di cristallo. Allungò due dita a sfiorarla, curiosa ed affascinata: non la ricordava, doveva essere uno degli acquisti più recenti di suo padre. La purezza del cristallo faceva da rifrangente alle luci e le moltiplicava in caleidoscopici giochi di riflessi che mutavano come secondo un disegno fantastico. Corse silenziosa in camera, in cerca della sua macchina fotografica, ma trovò per primo lo smartphone e lo afferrò al volo per tornare a cospetto dell’albero. Avviò la fotocamera – da 16 megapixel, sì, ma davvero nulla in confronto alle sue raffinate apparecchiature – e scattò più di una foto, ammaliata da quei bagliori cangianti. Con la solita sapienza, suo padre aveva creato qualcosa di strabiliante!

Quando si sentì soddisfatta, arretrò di un paio di passi, per rivedere le foto sul display del telefono. Il suo occhio allenato colse all’istante quel fenomeno, una percezione repentina, come se ad un tratto dalla sfera potessero levarsi, quasi evaporare fumose, molecole di luce verdi e blu, che sollevandosi sfumavano in un soffice arancione. Sgranò gli occhi, attonita, individuando il fascio di luce che entrava nella stanza attraverso la finestra del salone lasciata con la serranda aperta. Lo seguì col cuore in gola, scoprendo che era la sua rifrazione a creare quelle molecole sulla sfera di magico cristallo. Accaldata, corse proprio alla finestra, sguardo già al cielo che stemperava i colori scuri della notte nei primi pallori mattutini. L’emozione le ghiacciò il corpo, prima di esplodere bollente in tutto il suo sangue. Non poteva crederci, non poteva essere! Eccolo! Era quello! Ne era sicura! Eccolo lì: il momento che da anni aveva inseguito, quella mitica transizione, quella divina fusione fra elementi opposti ma limitrofi, la notte e il giorno che si incontravano in quello sfolgorante raggio di luce purissima che adesso attraversava il suo corpo, scomponendosi, ma poi si ricomponeva vaporoso e turbinoso dietro di lei per accendere la sfera di cristallo sull’albero di natale. Sentì le lacrime agli occhi, una stupida voglia di piangere, che all’inizio le risuonò come gioia, poi divenne nostalgia. Ma nostalgia di cosa? Chiuse gli occhi per trattenere una lacrima e quando li riaprì il raggio di luce era scomparso. Costernata, realizzò di essere stata presa talmente dall’emozione che non aveva scattato neanche uno straccio di fotografia.

<<Nooooo….>> mormorò sconvolta.

Com’era stato possibile?! Come diavolo aveva potuto permettersi quella leggerezza?! Lo scopo di tutta la sua vita, la ragione dei suoi viaggi, il motore che l’aveva strappata alla sua casa, alla sua famiglia, ad una vita “normale”, con un compagno da amare e dei figli, magari, da desiderare e crescere?!

Guardò furiosa il cellulare, la fotocamera ancora avviata ma inutilizzata; pestò i piedi con la stessa stizza di quando era bambina e dovette domare il moto violento con cui avrebbe scaraventato l’oggetto per terra.

Sussultò di colpo, però, quando una mano avvolgente si appoggiò sulla sua spalla destra. Si volse brusca e esclamò stupita nel trovarsi suo padre davanti. L’uomo le sorrideva con tenerezza, tanto che lei ebbe l’impulso di urlargli “che diamine ridi, stupido?!”. Non lo fece, però, perché gradualmente sentiva l’emozione di quella visione improvvisa, suo padre in ciabatte e pigiama, i capelli ingrigiti e qualche ruga sul viso, ma sempre dritto e alto come il suo papà dell’infanzia, capace di sollevarla più in alto di tutti e di farla “volare”. Allora sorrise anche lei, sebbene dimessa, e lo salutò. L’uomo le carezzò una tempia, riavviandole poi una ciocca di capelli ricaduta su un occhio. Non parlava, ma la guardava con un’espressione che ad Isabella parve di puro amore. Da quanto tempo non provava quella dolcissima sensazione?

<<Papà…>> sussurrò appena, voce tremula di commozione.

Suo padre tornò a sorriderle, le prese una mano e vi poggiò sopra un cellulare. Isabella lo guardò sorpresa, ma accettò il tacito invito del padre ad abbassare lo sguardo. Sollevò il cellulare e guardò lo schermo, l’attimo prima che si spegnesse. Lo riaccese e i suoi occhi, di nuovo, si sgranarono nella bellezza di ciò che vedevano: c’era lei sullo schermo, alla finestra, attraversata dalla luce al confine tra notte e giorno; i suoi lunghi capelli castani scomposti sulla schiena, i piedi nudi, il pigiama di pile rosso; le molecole ammalianti. Era lei, lo sapeva, lei pochi minuti prima, ma le parve che quella potesse essere una foto di tanti anni prima, una piccola Isabella di due anni, in piedi su una sedia per poter sbirciare fuori.

<<Visto, la notte e il giorno si sono sposati…>>.

Il sussurro di suo padre la fece trasalire per un’improvvisa girandola di ricordi sopiti. Incredula, corse di nuovo all’albero e guardò la sfera di cristallo. Vi vide riflessa se stessa e suo padre, ma indietro nel tempo, alla notte in cui – dopo essere stata male per settimane – suo padre l’aveva presa dal letto, con cura e protezione, e l’aveva portata a quella finestra, al cospetto di un altro albero, e le aveva raccontato di quel magico istante che avviene solo qualche volta e che, per la sua straordinarietà, aveva il potere di realizzare un desiderio espresso da chi riuscisse a vederlo. E quella notte, insieme loro due, avevano espresso il desiderio che la piccola Isa potesse tornare a star bene e che la sua vita fosse sempre piena di luce. Si morse le labbra, travolta dalla forte bellezza di quel ricordo; come aveva potuto dimenticarlo? Quella notte, quella sfera di cristallo, l’amore di suo padre, le sue parole tenere e amorevoli che l’avevano rianimata. Si volse al padre, che le sorrise ancora, e si gettò fra le sue braccia, forti ancora come allora. Era lui, allora, l’origine della sua “fissazione”; era a lui che doveva ciò che aveva riempito la sua vita di esperienze magnifiche e irripetibili, a caccia di ciò che – straordinario disegno d’altissimo – aveva infine trovato a casa. Restò in quell’abbraccio sublime tutto il tempo che volle, accolta dal suo papà, che la strinse a sé sussurrandole il più soffice dei “bentornata, bambina mia”. Poi di discostò da lui, desiderosa di guardare ancora quella foto. Sorrise al padre che si dispiaceva per le sue pessime qualità da fotografo e gli disse sincera che no, invece, era la foto più bella che mai Isabella avesse visto, la foto che aveva cercato per decenni – senza saperlo. La carezzò con dita riverenti e suo padre si chinò a baciarla fra i capelli. Lei alzò lo sguardo e lo fissò nel suo.

<<Grazie…>> gli disse in un soffio, in un moto dell’anima che mai avrebbe dimenticato.

Suo padre assentì e il suo sorriso poté persino essere etereo. Isabella, allora, tornò ad abbracciarlo e si sentì piena. Piena dei ricordi che aveva riavuto e della luce che aveva trovato. Il resto del mondo, con le sue straordinarie bellezze, avrebbe potuto aspettare qualche settimana!

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