A casa

Il sole penetrava attraverso le persiane diroccate e scrostate. La temperatura era salita vertiginosamente di ora in ora per tutta la giornata, doveva aver già raggiunto i 40° sulla terra arida e sui muri nudi.
Il sudore scendeva continuamente sulla fronte di Mauro; aveva consumato tutta la scorta di fazzoletti di carta in quei due giorni. E aveva consumato la scorta di energia quella mattina, nel suo giro per i dintorni di quello sperduto villaggio della savana africana. A volte si era chiesto quanto pazzo fosse a continuare in quella sua testarda inconsulta ricerca, ma poi ne sentiva tutta l’ineluttabilità e smetteva di ribellarsi, accettando qualunque cosa; anche quel caldo umido e spossante.

Al riparo delle quattro mura della stanza d’albergo malamente temperata da uno scalcinato e ronzante ventilatore a pale, si era buttato sul letto da mezz’ora, spossato in ogni singolo muscolo del corpo. La calura opprimente gli annebbiava la mente, avrebbe avuto bisogno di riposare almeno un paio d’ore, ma quell’ossessione che da anni lo consumava lo portava a sfogliare per l’ennesima volta il vecchio album di fotografie. Custodiva una ventina di immagini di uno sbiadito color seppia, scattate non meno di sessanta anni prima; solo poche conservavano nitidezza, la maggior parte era stata rosicchiata dal tempo, a partire dagli angoli. Nessuna di esse ritraeva persone o animali, mai nessun essere vivente; sempre soltanto una vecchia casa in pietra, accerchiata dal nulla del deserto e dell’aridità. Aveva sprecato milioni di pensieri su quelle foto, aveva trascorso notti di crescente smania nella loro osservazione, chiedendosi perché quella raccolta di foto fosse stata l’unica “eredità” lasciatagli dai suoi genitori.

Forse per colpa dell’afa e della carenza di ossigeno – aprire l’unica finestra dell’angusta stanza avrebbe significato trasformarla in pochi secondi in una mortale fornace! – questa volta sfogliava con fastidio le pagine dell’album, quasi con odio. Ne era prigioniero da anni, una schiavitù senza motivazione e senza fine. Si fermò su una foto, che strappò dal suo alloggiamento per accostarsela agli occhi castani e stanchi. Ecco, ecco l’origine della sua schiavitù, il piccolo idolo d’oro senza occhi e dalla grande bocca spalancata. Era quello che lo aveva portato in giro per il mondo nell’estenuante illogica ricerca che continuava ormai da cinque anni: doveva essere suo quell’idolo, doveva essere quello a cambiare la sua vita, a infonderle quella “svolta” che gli avrebbe permesso finalmente di progettare, di costruire.
E come sempre, come ogni altra volta in cui i suoi occhi avevano carezzato con venerazione l’idolo, lo prese la pressante smania, la necessità di trovarlo, di possederlo, l’avidità di stringerlo fra le mani.

Balzò impaziente giù dal letto, la foto nel taschino della camicia; non poteva perdere tempo a riposare quando ancora aveva ore di luce a disposizione per battere a tappeto l’ennesimo deserto! Quanti deserti esistevano al mondo…
Lasciò in fretta la stanza e poi la pensione, piombando in strada. La luce del sole inondava le strade vuote di esseri viventi, ma era pesante, fastidiosa. La calura aveva raggiunto livelli inumani, tanto da soffocargli il respiro. Ebbe una vertigine, ma strinse i pugni e si fece forza. Saltò a bordo della vecchia jeep presa a nolo e partì velocemente sul nastro impolverato e rossiccio di strada, che presto lo sprofondò nel grembo sabbioso del deserto. Il sole gli bruciava la testa, le mani e il viso, il sudore gli inzuppava la camicia, spesso scendeva ad appannargli anche la vista, ma non c’era modo di tornare indietro, la forza che lo possedeva – aliena a lui stesso – lo portava solo avanti, sempre più a fondo della follia. E non c’era via d’opposizione.
Fermò l’auto solo per recuperare dal cruscotto una borraccia arroventata, da cui bevve le ultime gocce d’acqua praticamente cotta. Ebbe un moto di scoraggiamento nel guardare dentro il contenitore svuotato, lo sfiorò il pensiero di poter morire arroventato e disidratato, ma allora gli bastò tirare fuori la fotografia dell’idolo dal taschino per sentire riemergere la determinazione.

La jeep procedeva tra cigolii e rombi di stizza, sembrava poter cedere da un momento all’altro, ma Mauro pressava caparbio sull’acceleratore. Il paesaggio attorno era adesso talmente desolato da apparire persino spettrale. Sotto il rumore del motore, poté udire il soffio del vento che si levava dalle dune di sabbia facendole fremere in sottili scie di frane. Un brivido improvviso – gelido – percorse il suo corpo. Sollevò lo sguardo verso il cielo, che rapidamente si gonfiava di nuvole incendiate dalla terra rosse del deserto. Con sgomento si accorse di aver perso la nozione del tempo: da quante ore aveva nuovamente lasciato la camera d’albergo? Tre? Quattro? La notte del deserto, con le sue violente escursioni termiche, lo avrebbe colto impreparato lì in mezzo al niente? Il terrore nacque repentino nelle pieghe del suo spirito, rapidamente fagocitandolo. Dovette fermare la jeep, perché il cuore gli batteva impazzito e le mani gli tremavano al punto da non riuscire a governare lo sterzo. Scese dalla vettura sull’onda di un moto d’allarme che quasi lo avrebbe fatto gridare. Ma chi avrebbe udito la sua voce disperata in mezzo al nulla? Chi mai avrebbe potuto aiutarlo, salvarlo?
Portò le mani sul viso, si impose di domare il respiro, poteva riuscirci. Era forte lui, lo era sempre stato, lo era diventato sin da ragazzino, quando aveva perso i suoi genitori in quel terribile incidente di cui era stato l’unico superstite. Poteva sopravvivere a tutto, sì a tutto. Resistette all’istinto insano di tornare a guardare quel cielo spaventoso sopra di lui e si disse che se si era fermato proprio lì doveva esserci un senso. Allora riparò gli occhi dai barbagli rossi del cielo e scrutò meticolosamente tutti i dintorni. Il nulla sul nulla…

La vide all’improvviso, lontana e avvolta dai fumi della calura, ma uguale a come le fotografie l’avevano immortalata: la vecchia casa di pietre! Il cuore gli balzò nuovamente, ma questa volta era eccitazione!
Saltò di nuovo sulla jeep e la avviò, subito sottraendola alla sicurezza della pista per guidarla nell’indistinto del deserto. La costruzione era lì, tremula nella foschia, ma sembrava irraggiungibile, come se si spostasse indietro ad ogni metro che lui percorreva tra sassi e sterpaglie secche incastrate nelle sabbia. Paventò potesse trattarsi di un miraggio, una perfida fata morgana che lo avrebbe fatto inghiottire dal deserto e lì morire dimenticato dall’universo. Poggiò la mano sul taschino che custodiva la fotografia, cercandovi il conforto, e in pochi metri la sagoma della costruzione si materializzò davanti a lui, innegabilmente reale.
Era lì, era al cospetto di ciò che aveva cercato tanto a lungo. E se non vi avesse trovato ciò che vi cercava? Era pronto a fronteggiare la delusione? A sentire che da quel momento in poi la sua vita avrebbe perso il senso che l’aveva mossa? Esitò, fermò la jeep, si sentì vigliacco. Allora smontò dalla vettura, furioso con se stesso! Fece due passi sulla sabbia dura e crepata, ma un vento improvviso e rovente lo fermò. Si riparò il viso con le braccia, chiudendo d’istinto gli occhi, ma percepì la consistenza della sabbia che penetrò le sue labbra e gli impastò la lingua. La sputò prima di ingoiarla, pensò di togliersi la camicia per ripararsi il viso, ma l’attimo dopo il vento cessò ancor più rapidamente di come era iniziato. Si guardò attorno, turbato. Non c’era nulla, niente, solo la casa, identica a come era stata sessanta anni prima. Chi aveva scattato quelle foto? Perché non se l’era mai chiesto?

Riprese a camminare, dritto all’uscio. Lo trovò dischiuso – seppe che non sarebbe potuto essere altrimenti. Spinse con entrambe le mani l’uscio, che prima gli oppose della resistenza ma poi cedette con uno stridulo cigolio.
C’era arrivato, era lì, finalmente.
Attraversò la soglia con passi controllati. Di colpo pensava che potesse esservi qualcosa di nocivo per lui in quel rudere. La luce che penetrava dalle centinaia di fessure e dalle finestre scalcinate si accendeva su gigantesche ragnatele tessute dai ragni che soli vi avevano imperato nei decenni di evidente abbandono.
Non c’erano che due nude stanze, nemmeno una parvenza di arredamento; il pavimento era nascosto da uno strato omogeneo di sabbia, sulla quale sparsi segni indicavano il passaggio di rettili ora forse acquattati negli anfratti delle pareti.
La casa era tutta lì, vuota e desolata. Eppure c’era qualcosa, qualcosa di invisibile, che la faceva palpitare e respirare. Mauro poteva sentirla, una presenza impercettibile ma immanente, la sentiva penetrargli il corpo e arrivare fino al suo animo, dove scorrazzava beffarda e spaventosa.
“Sei arrivato fin qui e non c’è niente per te” – questo sembrava potergli dire.

L’apprensione montò dentro di lui, gli portò l’angoscia, quella stessa angoscia degli incubi che per tutta una vita – sin da che potesse ricordare – lo avevano perseguitato. Rivedeva se stesso bambino, nelle notti di paura e di silenzio, che si stringeva al cuore la medaglietta d’oro che sua madre aveva avuto al collo per tutta la vita, prima di morire, e che qualcuno aveva provveduto a toglierle per donarla al suo unico figlio. Per tutta la vita anche Mauro aveva tenuto con sé quella medaglietta, il suo portafortuna, il suo scaccia paura, la sua ancora di salvezza in un mondo difficile e a volte ostile. Poi un pomeriggio si era accorto di aver perso il suo talismano, lo aveva cercato dappertutto, si era disperato per la perdita fino a convincersi che allora avrebbe dovuto trovare l’idolo delle antiche foto, che solo quello lo avrebbe protetto, che solo quel simulacro d’oro avrebbe potuto dare sicurezza – anche economica – alla sua vita! Ed era iniziata l’estenuante ricerca che alla fine lo aveva portato lì, sulla soglia del fallimento.
Non c’era niente, solo illusioni. E la sua vita era trascorsa così, alla caccia del nulla, con mille rinunce, misantropo che aveva dato tanto dolore alla donna che lo aveva amato. Un idolo aveva dominato la sua esistenza, lontano e irraggiungibile, sottraendolo a ciò che invece avrebbe potuto prendere e avere. Questo lo aveva condotto lì? Questa era la meta? La consapevolezza di una vita fallita e inutile?

Un moto di rabbia lo percorse violentemente. Biasimò se stesso per quella debolezza e avanzò nella casa. Vuota com’era, lasciava poca possibilità che qualcosa potesse esservi nascosta o custodita, ma non poteva permettersi di lasciare qualcosa di intentato ora che era lì!
Sbottonò la camicia, ne arrotolò le maniche, tolse il sudore dagli occhi. Avrebbe trovato ciò che cercava o sarebbe morto lì, non c’era e non voleva una terza via!
Si mosse per tutta la casa, più e più volte, scrutando ogni fessura ed ogni interstizio, battendo sulle pareti tappezzate di ragnatele alla ricerca di cavità segrete. Ripeté quel giro con determinazione ossessiva, mentre il caldo scioglieva cellule di pelle sul suo corpo. Era spossato ma non riusciva a fermarsi; forse l’anima che possedeva quella casa voleva davvero portarlo alla follia!
Quando una goccia di sudore gli penetrò una palpebra, d’istinto sollevò gli occhi per impedirle di affondare. Fu in quell’attimo che scorse il debole bagliore sul tetto. Socchiuse gli occhi, si sforzò di mettere a fuoco, penetrò la vischiosa cortina di fili di ragnatela e fu certo, fu certo che quel bozzolo custodisse l’idolo! Frenetico si piazzò esattamente sotto il bozzolo sospeso sopra di lui e prese a saltare, a saltare più che poteva, le braccia protese al massimo, ma pareva che il suo stesso impeto potesse muovere l’aria e allontanare il bersaglio. Cercò attorno qualcosa che potesse aiutarlo a raggiungerlo, ma non trovò nemmeno un ramoscello. La smania adesso lo corrodeva, gli spezzava il respiro, sentiva come se si fosse innescata una corsa contro il tempo. Doveva sbrigarsi, ogni secondo era cruciale. E l’angoscia di nuovo montava. Disperato, coprì il viso con le mani, gli occhi sgranati sul bozzolo irraggiungibile. Si costrinse a restare lucido, a trovare la calma e la concentrazione per accedere alla soluzione che c’era, doveva esserci.

Fece un’accurata scansione della complessa architettura di ragnatele che lo sovrastava. Ne studiò con pazienza ogni singolo filo, fino individuare lungo una parete un groviglio che sembrava originare proprio dal bozzolo. Lo raggiunse e lo afferrò con entrambe le mani, che subito sembrarono potessero essere risucchiate dall’aderente viscosità dei grossi fili. La sensazione di disgustò fustigò i suoi sensi, facendolo quasi venir meno, allora sottrasse bruscamente le mani, cercando freneticamente di liberarsi da quei viscidi tentacoli. Strinse i denti per farsi forza, pensando che aveva superato ben altre prove per lasciarsi fermare da quel violento moto di ribrezzo. Prese un profondo respiro e di nuovo agguantò il groviglio. Lo tirò a sé, riuscì a staccarlo dalla parete cui con tenacia a lungo si era avvinghiato, ma fu investito da una gragnola di detriti. Con un schiocco alto come l’affondo di una frusta, l’intera struttura di ragnatele gli crollò addosso, pesante come se fosse stato il tetto di pietra. Mauro ne fu travolto, cadde per terra, soffocato dalla polvere e dai fili vischiosi. Chiuse gli occhi e si protesse il viso con le braccia, trattenendo il respiro per non inalare le grosse particelle che sapevano di marcio. Attese immobile che la furia passasse e cessasse in un rutilante frastuono. Dopo, restò fermo ancora qualche minuto, le palpebre calate. Finalmente le sollevò, lentamente, col cuore sospeso.

Lo vide subito – il suo idolo – sul pavimento, a un paio di metri da lui, ancora avviluppato dalla fodera di ragnatele. La raggiunse carponi, il corpo infiammato dall’esaltazione, lo spirito roso dall’impazienza. Affondò le dita nello stretto groviglio, sentendo che ogni filo aderiva alla sua pelle strappandone dolorosamente brandelli ad ogni movimento. Non si fermò, però, neanche quando gli sembrava che per ogni filo districato se ne intricassero dieci. Ci avrebbe impiegato anche tutto il tempo della vita, tenace, perché niente avrebbe potuto fermarlo, non ora che aveva in mano ciò che aveva inseguito attraverso sacrifici e rinunce, ciò cui aveva dato priorità anche sui sentimenti, sui legami, sulle lacrime di chi avrebbe voluto dargli quell’amore che precocemente una prima volta aveva perso.

Ebbe ragione delle ragnatele, finalmente, e di colpo l’idolo d’oro era fra le sue mani, gelida percezione su pelle arroventata. Lo scrutò con occhi esaltati, se lo serrò al cuore, che quasi poté sembrare fermarsi a quel contatto.
Ce l’aveva fatto, era arrivato alla meta; la ricerca estenuante era finita, finita per sempre!
Le palpebre calarono sui suoi occhi, vinte da un improvviso invincibile languore. Fu come se tutte insieme le sue forze e le sue energie si spegnessero, lasciandolo cadere in un limbo di accidia. Così scivolò sul pavimento, disteso sulle ragnatele distrutte e scomposte. Come onda sommessa, un torpore lo attraversò per tutto il corpo, anestetizzandolo. Giaceva ora ad occhi aperti, l’idolo stretto al cuore, paralizzato in un corpo che di colpo non rispondeva più ai suoi comandi. Gli parve che si accendesse il sole  su di lui, un sole dolce in un cielo mollemente azzurro. Stava bene, la pace scorreva nella sua mente. Non riuscì a gustarsi pienamente quella sensazione, però, perché bruscamente tutto cambiò: il sole si spense, il cielo si appesantì, l’angoscia lo schiacciava sotto esso. Era bambino adesso, solo nella culla, una stanza buia, nessun abbraccio amorevole che lo confortasse. Ed era di nuovo uomo, adulto, in piedi su una soglia, valigia in una mano, occhi di donna gonfi di lacrime alle sue spalle inesorabilmente voltate. L’aria piangeva dolore. Il cuore pulsava di desolazione. Poteva l’idolo d’oro scaldare più dell’abbraccio di donna.

Tutt’a un tratto urlò. La sensazione di non essere al sicuro, di non essere nel posto giusto esplose dentro di lui. Prima una lieve scossa, poi il pavimento sotto di lui prese a tremare violentemente. I suoi occhi attoniti videro le pareti sgretolarsi. Dovette lottare contro l’inerzia che lo imprigionava, rendendosi conto di non riuscire a vincerla, di non riuscire a muovere muscolo, mentre anche il tetto iniziava a venir giù in grossi blocchi. Urlò e pianse, ma la malia che lo bloccava era più forte della disperazione. Così lo proteggeva l’idolo? Questa era la “svolta” che vi aveva cercato? Con un moto furente di rabbia lo maledisse e di riflesso le sue braccia si staccarono dal petto, lasciando cadere la statuetta. Nello stesso istante sentì il sangue riaffluire vigoroso in tutto il suo corpo, riportandovi la forza. Scattò in ginocchio, una mano protesa per recuperare l’idolo e con esso fuggire prima che tutta la casa gli rovinasse addosso. Il moto di repulsione, però, fu così forte da farlo scattare indietro. Stupito, tentò ancora di avvicinarsi all’idolo, ma un doloroso crampo gli bloccò la mano. Pesanti calcinacci gli caddero sulla nuca e le spalle, profonde voragini adesso si aprivano attorno a lui. Ebbe l’improvvisa certezza che l’unico modo per uscire da lì era farlo senza l’idolo.

Senza! Che senso avrebbe avuto?!
Aveva impiegato la vita ad inseguirlo e adesso doveva rinunciarci?
Un forte odore di bruciato penetrò le sue narici, l’attimo prima che i suoi occhi cogliessero il riverbero di una prima fiamma.
Questo voleva? Morire arso dal fuoco e sepolto dalle pietre di un rudere?
La sua stessa voce che gridava NO con ogni fiato lo impressionò, ma seppe che era l’istinto giusto.
Si alzò, allora, un’ultima occhiata all’idolo senza occhi ma dalla grande smorfia sulla bocca che adesso sembrava ridere cattiva. Gli volse le spalle, poteva farcela, poteva uscire vivo da quel disastro!
Saltò le faglie sul pavimento e attraversò le lingue di fuoco, che lo sfiorarono accendendosi sulla sua camicia. Se ne liberò veloce, senza fermare la sua corsa verso la finestra più vicina. Si gettò fuori da questa, il respiro saturo di fumo e polveri, il corpo dolente e pulsante. Corse ancora, sentendo dietro di sé il crepitio del fuoco, si fermò solo quando raggiunse l’auto e solo allora si volse. Contemplò sgomento l’incendio che completamente ormai abbracciava il rudere, divorandolo nell’essenza. E l’idolo bruciava dentro esso.

Finito, adesso era tutto finito. E il suo riscatto? Fallito?
Si abbatté sul sedile della jeep, il cuore lento e pesante. Che ne sarebbe stato adesso di lui? Per cosa era riuscito a fuggire da quel disastro? Forse avrebbe dovuto scendere da quell’auto, tornare indietro e lasciare che le fiamme divorassero anche la sua ormai inutile esistenza. Sentì le lacrime riempirgli gli occhi, ma non gli impedì di scendere copiose. Così pianse, pianse disperato, pianse per la prima volta in tutta la sua vita, una vita in cui mai si era permesso una debolezza, una concessione, in cui l’amore della donna che lo aveva scelto come compagno nonostante le sue corazze non era valso per lui più dell’ossessiva ricerca di un idolo che adesso bruciava rivelando la propria natura caduca. Quel pensiero trasformò la sua disperazione in amara delusione, contro la quale si difese recuperando il cinismo con cui aveva saputo forgiarsi negli anni. Aveva creduto in qualcosa e ne aveva ottenuto il nulla!

Asciugò le lacrime in un sorriso caustico e a denti stretti riavviò la jeep. Avrebbe accettato quella fine, come aveva accettato ogni altra fine e non si sarebbe lasciato scalfire dal potere che il destino poteva avere sulla sua vita!
Sentì la tristezza e la solitudine, ma con un enorme consueto sforzo di volontà cercò di escluderle da sé. Niente cambiava, tutto sarebbe rimasto immutato.
Spense il motore e riportò lo sguardo sul rudere incendiato. Restò a guardarlo finché ogni fiamma non si consumò soccombendo alle ceneri e alla sabbia che di nuovo il vento del deserto portava. Entrambe gli riempirono presto anche gli occhi, così che dovette chiuderli e stropicciarli. Quando sollevò le palpebre, la sua vista era appannata dallo sfregamento. Socchiuse gli occhi, cercando di mettere a fuoco su ciò che restava della casa. Qualcosa si muoveva fra le rovine, sembrava solo un’ombra che si ingigantiva emergendo dalle pietre arroventate. Un brivido gelido percorse e fustigò la sua pelle accaldata e sudata, una profonda inquietudine si insinuò nel suo spirito, presto divenendo puro terrore. I suoi occhi improvvisamente sgranati videro materializzarsi l’idolo ma gigantesco e sghignazzante. Quella grande bocca spalancata era ora un’enorme cavità senza fondo, da cui Mauro sentì di potere essere risucchiato per essere poi scaraventato nelle infuocate visceri della terra. Con mani tremanti e animo frenetico, provò ad avviare la jeep, ma il motore si limitò a singhiozzare. Lanciò un’occhiata all’idolo, si muoveva ondeggiante verso di lui, ancora più grande, tanto da oscurargli ogni altra vista se non quella della sua terrificante mole.
Con uno scatto disperato, si gettò sull’altro sedile della jeep e si avventò sulla portiera opposta. Riuscì ad aprirla nonostante l’inconsulto tremore di tutte le sue braccia. Si buttò fuori dalla vettura con tale foga da ruzzolare sulla sabbia. Provò a rialzarsi, ma l’ombra dell’idolo su di lui era talmente vischiosa da poterlo persino schiacciare. Perse il respiro sotto quella pressione soffocante, mentre il cuore gli batteva al punto da poter collassare. Perché l’idolo gli faceva quello? Perché voleva ucciderlo? Per questo dunque lo aveva attirato sin lì? Forse era stato quell’idolo ad uccidere anche i suoi genitori?

Un gemito spaventato lasciò le sue labbra. Si rivide bambino in culla, piangente e solo, tutto il mondo contro di lui. Non sarebbe sopravvissuto questa volta, le sue forze non sarebbero bastate. Allora si raggomitolò in se stesso e strinse con forza gli occhi, sperando che tutto finisse presto. Percepì il fiato rovente dell’idolo sulla propria schiena e la sua mente creò un’immagine, l’immagine di un sorriso dolce e comprensivo, due occhi chiari e innamorati, le mani snelle di giovane donna che tante volte avevano amato accarezzarlo nonostante lui rimanesse rigido, chiuso nella corazza. Quello sarebbe stato il suo vero riscatto, probabilmente, imparare a vivere in modo diverso lasciandosi guidare dall’amore; idiota che era stato a non provare mai nemmeno a credere che potesse essere quella la strada! Forse meritava la fine più atroce proprio per il dolore che aveva inferto alla sua Claudia, sì ecco: quella era la giusta fine per il suo egoismo!

Si dispose alla morte, allora, ma in quello stesso istante ebbe la netta percezione di una brezza fresca che arrivava a coprire il suo corpo, come barriera protettiva fra lui e l’idolo. Respirò l’odore del mare e della zagara, intensi come li aveva conosciuti nella casa di Claudia, in quelle pacate notti d’estate che tante volte si erano regalati prima che lui sparisse senza una parola. Sarebbe morto in quella dolce allucinazione, almeno.
Attese che la morte arrivasse, ma ciò che sentì fu il tenero refrigerio della brezza sulla sua pelle, sulla sua nuca, fra i capelli e le dita delle mani contratte. Un sussurro amorevole chiamava adesso il suo nome, lo invitava a non avere paura, a credere, ad aprirsi, a voltarsi. Il cuore gli si fermò in gola prima di battere pesantemente; ma non era più paura, era aspettativa.

Lentamente riaprì gli occhi, paventando ciò che avrebbe visto. L’idolo c’era, era ancora lì, maestoso, ma più maestosa gli parve la sottile figura di donna che si frapponeva fra lui e la statua fluttuante. In piedi accanto a lui, di spalle, i lunghi capelli castani sciolti e vorticosi al vento, il corpo nudo rilucente di un sole che sembrava originare dal suo cuore rosso e pulsante, le mani tese con forza e potenza contro l’idolo. Attonito, Mauro riuscì a mettersi in ginocchio, gli occhi catturati dall’abbagliante flusso incandescente che quelle delicate mani di donna emettevano contro l’idolo finché non lo sgretolò con una terribile esplosione. Istintivamente Mauro si riparò con le braccia dalla pioggia di detriti, ma la figura di donna si volse a lui finalmente, con un luminoso sorriso, e le sue mani trasformarono quella gragnola in una cascata di soffici petali di rosa. Il giovane sussultò di reverenza fissando il volto serafico di Claudia. Lo vide avvicinarsi a sé, mentre la donna si chinava su lui fino ad inginocchiarsi, magnifica nella sua nudità. Ricevette la carezza di quelle fresche mani sul viso rigato da lacrime di pena e rimorso. Claudia, però, scosse lieve il capo e il suo sorriso sbocciò di cura muliebre. Poggiò un bacio sulle sue labbra arse dal sole e Mauro sentì come di poter bere a fonte d’acqua pura e cristallina. Si lasciò avvolgere nell’abbraccio che sapeva di zagara e in esso si accucciò, rinvigorito.
<<Io ti aspetto ancora…>> gli sussurrò la voce di donna <<hai fatto ciò che dovevi… torna indietro adesso, non sarai solo…>>.

Mauro si discostò di colpo e in quel suo brusco movimento la donna si smaterializzò, lasciando una scia di scintillanti particelle. Sporse le mani a catturarle, le strinse nel pugno, ma quando riaprì le mani le tracce si erano dissolte. Un’allucinazione? Lo credé per qualche istante, dando voce al cinismo, ma l’attimo dopo la forza di credere – finalmente – lo vinse.
Credeva che Claudia fosse stata lì con lui per proteggere la sua vita!
Credeva che Claudia potesse davvero essere nella casa di zagara e mare per aiutarlo ad amare la vita!
Credeva che non fosse stato inutile cercare l’idolo per tutti quegli anni, se adesso sentiva di poter davvero cambiare qualcosa nella propria vita!
Non avrebbe avuto la ricchezza e il potere, ma avrebbe avuto un cuore, un’anima, una compagna, dei desideri da scoprire. Sarebbe bastato tornare indietro, finalmente a casa.

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Ruderi della Chiesa di San Dionisio (XV s) all’interno dell’orto botanico di Palermo ©Ljus av Balarm

“A casa” – MicroRacconto di ©Ljus av Balarm

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