Un’estate tiraciatu

(Un’estate tiraciatu – racconto di Patrizia Grotta © 2019 a cura di Ljus av Balarm)

«Che fine ha fatto il gongilo?»

Era ciò che mi chiedevo ogni giorno da una settimana, in quel radioso inizio di luglio del 1983, scrutando le grandi aiuole di erba, pomelie, palme e agavi fra cui il gongilo era stato solito fare le sue rapide e timorose spole. Lo avevo visto puntualmente ogni mattina – sempre attorno al mezzogiorno – e ogni sera – sempre attorno alle sette – nei tre fine settimana di giugno precedenti, quando con la mia famiglia ero venuto lì nella bella casa al mare per degli assaggini di estate – come si divertiva a chiamarli mia madre.

Che si chiamasse gongilo, in realtà, lo sapevo solo da qualche giorno, poiché per le prime due estati, in cui ne avevo fatto prima la scoperta e poi la conoscenza, quella bestiolina viscida strisciante era stata piuttosto, affettuosamente, il mostriciattolo. Solo una mia recentissima ricerca nella biblioteca del paese, sull’enciclopedia illustrata universale degli animali, aveva portato all’individuazione e quindi alla definizione appropriata: gongilo, appunto. All’inizio, infatti, lo avevo scambiato per una biscia in miniatura, finché non avevo individuate le zampette – grassocce – in quella specie di tozzo sigaro semovente. Infine, scoperta ultima e rivelatrice era stata quella della coda, che aveva completato l’identikit del misterioso mostriciattolo. In biblioteca, grazie ad un paziente confronto fotografico tra le illustrazioni dell’enciclopedia e il mio accurato schizzo, ero quindi giunto alla gloriosa identificazione – impresa di cui ero stato fiero!

Ecco… Il fatto che io avessi tanto tempo da dedicare a quell’osservazione erpetologica la diceva lunga su una ben misera evidenza: da tre estati, da quando cioè mio padre aveva acquistato quella casa di villeggiatura, io non avevo nulla da fare! Timido com’ero, non avevo saputo – e forse neanche voluto – integrarmi con i figli dei nuovi amici dei miei genitori. Inoltre, mia sorella Gloria aveva ormai raggiunto il privilegio dei ventun anni e quindi riteneva persino offensivo per il suo decoro di giovane donna giocare ancora con me o – peggio, mamma mia! – portarmi a rimorchio con lei, fra sgami e vasche in paese.

Il nostro adoratissimo cane Sapù, che tanto invece avrebbe voluto darsi ai giochi più sfrenati con me, aveva ormai compiuto i suoi bei sedici anni e, malgrado si sforzasse per amore mio, non riusciva più a dedicarmi quell’energia che tanto generosamente aveva profuso per me sin da quando eravamo stati entrambi solo dei cuccioli.

E io, privato bruscamente degli amici cari con cui ero cresciuto sin dalla primissima infanzia, mi ero scoperto incapace di approcciare i miei coetanei sconosciuti. I quali, a loro volta, non avevano poi sprecato tutti questi tentativi di agganciarmi e integrarmi nel loro gruppo, dopo i miei primi rifiuti! Probabilmente non sapevano che farsene di un nuovo amico e le esortazioni sorridenti di mia madre del tipo è timido, dovete solo insistere un po’ non solleticavano in loro alcun desiderio di conoscere il mondo vivacissimo che si cela dietro la sua riservatezza.

Insomma, nascere e poi crescere per ben tredici anni con gli stessi amici, negli stessi luoghi e con gli stessi – per me meravigliosi! – giochi e rituali non era stata una buona cosa, in prospettiva, perché non mi aveva attrezzato a fronteggiare l’eterogeneità di esseri umani che popola il mondo. Per questo non avevo la minima idea di come fare amicizia! E se la rabbia verso i miei genitori – colpevoli di avermi estirpato dal luogo magico delle mie prime tredici estate – aveva finito, in quei tre anni, con l’affievolirsi come fiamma privata di ossigeno, il mio senso di inadeguatezza verso i miei misteriosi coetanei era invece lievitato come popcorn al calore!

Perché vi racconto tutto questo? Beh, perché spiega con onore come mai, in quelle tre ultime estati, io fossi diventato il solitario osservatore di un gongilo! E per questo la sua improvvisa scomparsa m’infondeva un senso di desolazione interiore, perché per due estati era stato l’unico spunto d’interesse in lunghe settimane di noia solitaria.

E ora il gongilo sembrava scomparso!

Chiesi a tutta la mia famiglia se lo avessero avvistato, magari in orari diversi dal solito o in luoghi inusuali del giardino.

Mia madre liquidò la faccenda con un lapidario:

«Se ti facessi degli amici, non perderesti tempo in queste cretinate!»

Mia sorella si augurò disgustata che l’immonda schifezza si fosse smaterializzata o magari, più realisticamente, che fosse stata portata via da un gabbiano.

Mio padre parve cadere dalle nuvole, sebbene io avessi fatto del gongilo oggetto di mia conversazione con lui innumerevoli volte.

Sapù percorse in lungo e in largo tutto il giardino, annusando freneticamente ogni umido anfratto, ma poté solo tornare da me stanco e dispiaciuto.

Cercai anch’io, naturalmente; arrivai persino ad appostarmi per ore in attesa di un’apparizione – sordo ai richiami biasimevoli di mia madre e agli sfottò impietosi di Gloria. Ma niente, niente di niente! Il gongilo si era volatilizzato! O forse – iniziai a pensare il quarto giorno della ricerca – si era semplicemente trasferito altrove.

E fu per inseguire questa ipotesi – una speranza! – che iniziai ad esplorare prima gli immediati dintorni di casa, poi quelli un po’ più lontani, spesso accompagnato da Sapù.

Mia madre era contenta di questa mia nuova attività, che finalmente mi vedeva lasciare il confine della casa per inoltrarmi nel mondo. Probabilmente sperava che – prima o poi, anche involontariamente – io finissi con l’imbattermi in qualcuno e, giocoforza, frequentarlo.

L’enciclopedia illustrata della biblioteca comunale diceva che i gongili amavano frequentare luoghi secchi e riparati, così battei palmo a palmo e sistematicamente le traiettorie che da casa mia portavano verso le campagne. Presto, però, mi resi conto che casa mia era attorniata da altre deliziose villette e così dovetti industriarmi per trovare il modo di accedere a quei giardini privati. L’idea mi venne osservando mia madre potare le pomelie: mi sarei proposto ai vicini come giardiniere! Per poche lire, avrei innaffiato e liberato le aiuole da fiori e foglie secche.

Mia madre inorridì all’idea, sostenendo che solo i figli dei poveracci avessero bisogno di lavorare a sedici anni. Mio padre, invece, fu fiero della mia volontà perché dimostravo di star diventando un uomo. Mia sorella, dal canto suo, fu l’unica a sospettare che dietro quella mia iniziativa ci fosse una motivazione segreta, ma tra tutte quelle che sparò non ce ne fu nessuna anche solo vicina alla semplice verità.

In ogni caso, con il benestare di mio padre, io iniziai a presentarmi ai cancelli dei vicini e a propormi con tutta l’aria professionale che mi riusciva, esponendo i vantaggi di affidare a me la cura dei giardini a favore di un loro maggiore tempo da dedicare a mare, riposo, etc. All’inizio fui accolto con perplessità; un paio di vicini andarono pure a parlare con i miei genitori (suscitando in mia madre l’apice della vergogna: penseranno che siamo talmente in cattive acque da non poter fare a meno di mandare i nostri figli ad elemosinare! – commentò pallida e in lacrime), ma – quando appurarono che avevo la paterna fiera autorizzazione – accettarono di buon grado la mia offerta.

In capo ad una settimana, potevo già annoverare fra la mia clientela ben cinque giardini privati, quattro circostanti la mia casa e uno alquanto distaccato. Il mio incarico non era poi così pesante, ma neanche troppo facile, e dovetti scoprire che ogni cliente aveva le sue esigenze – a volte pure strambe! Ma scoprii anche che tutto sommato mi divertivo a curare i loro giardini (tutti in classico stile mediterraneo, con gelsomini, pomelie, limoni, qualche bell’ulivo secolare, moltissime bouganville, tanta tanta bella di notte, cespugli di margherite, abeti, aloe, piante grasse, alcune maestose Jacarande viola). Piacevo ai miei clienti perché ero un ragazzo così bello, educato, puntuale e accurato, davvero una perla, con questi speciali occhi d’acqua marina.

Oltre questi elogi e al mio compenso, ci guadagnavo sempre golosi biscotti e fresche limonate, più qualche affascinante racconto di vecchie leggende locali. Di queste quella che maggiormente mi colpì fu quella del pazzo accattone allucinato, che vagava di notte per le spiagge scavando nella sabbia e gemendo continuamente: dov’è dov’è? A volte – sotto il rumore del mare grosso – si poteva sentire il levarsi dei suoi disperati ululati, cui rispondevano empaticamente tutti i cani da un paese all’altro. Non potevo fare a meno di compenetrare l’angoscia di quel pazzo, chiedendomi che cosa mai avesse perso! Forse anche lui si era ritrovato solo, forse anche lui – chissà – s’era perso il mio gongilo!

Con grande rincrescimento di mia madre, però, non incontrai mai miei coetanei da accalappiare in quelle case. Il più vicino a me per età aveva più o meno venticinque anni, viveva nella villetta più lontana ed era un gentile ispettore di polizia dagli scintillanti occhi gialli e il sorriso bianco e ammaliante dei colonizzatori greci. Mia sorella era andata letteralmente in tilt quando aveva incidentalmente ascoltato me dire ai miei che proprio lui era diventato mio cliente e si era su due piedi offerta come mia assistente, perché tutte le sue amiche sarebbero schiattate d’invidia nel sapere che lei frequentava la casa dello scapolo più ambito del paese! Ovviamente non avevo neanche dovuto perdere tempo a risponderle, perché era stata perentoriamente bloccata da mia madre mentre sceglieva il costume più sexy dal proprio guardaroba per calarsi nei – davvero minimi! – panni da giardiniera! Un figlio costretto al lavoro minorile e una figlia con fantasie erotiche sul poliziotto: mia madre girava allibita per casa, sostenendo che la carne della sua carne volesse mandarla ai matti!

Gloria le tenne il broncio per qualche giorno, al contempo cercando di carpire da me qualche dettaglio sul poliziotto. Viveva davvero da solo? C’era mai qualche traccia femminile in quella casa? Era un tipo ordinato? Aveva mai chiesto di lei (sic!)? Io, in realtà, il poliziotto non lo vedevo quasi mai, perché mi lasciava le chiavi sotto un grosso vaso e permetteva che io entrassi in casa sua mentre era a lavoro. Solo il primo sabato lo vidi apparire: aveva appena fatto la doccia, indossava un telo di spugna stretto ai fianchi e teneva in ognuna delle due mani un bicchiere di tè alla menta, uno dei quali venne a porgerlo a me con un bel sorriso luminoso, prima di chiedermi come procedesse il lavoro. Da sopra il mio bicchiere, cui attingevo con piacere, lo scrutai dalla testa ai piedi, perché era senza dubbio un gran pezzo d’uomo: alto, ogni muscolo al suo posto e ben tonico, fresco di doccia e rasato; Gloria sarebbe svenuta! E invece io mi dicevo che, se fossi stato come lui, di certo avrei avuto meno paure ad approcciare i miei coetanei!

Tra una cosa e l’altra, bastarono una decina di giorni da giardiniere, però, per giungere ad una sconsolata conclusione: il mio gongilo non era emigrato in nessuna di quelle villette!

Pugni sui fianchi, Sapù accanto a me, scrutavo invano i cespugli di gelsomino dipinti di tramonto.

«Hai fatto proprio un bel lavoro!» disse la voce calda e gentile alle mie spalle.

Mi volsi sussultando; non avevo sentito arrivare il poliziotto ed era dietro di me, in divisa. Aveva l’aria stanca e il viso scuro di barba incolta, ma i suoi occhi d’ambra non perdevano quel luccicore che faceva sospirare le ragazze – Gloria in testa! Seguii la direzione del suo sguardo e avvolsi anch’io l’interezza del suo giardino. Effettivamente era quello in cui avevo avuto più da fare, tra erbacce secche, infestazione di gramigna, intrecci selvaggi di varie piante che si soffocavano l’una con l’altra, grosse pietre rocciose sparse ovunque come se vi fossero precipitate durante una catastrofica tromba d’aria. Spostando ognuna di quelle pietre e alleggerendo ognuno degli intricati cespugli, ero stato ogni volta sicuro di vedere schizzare fuori il mio gongilo, disturbato e spaventato ma redivivo! E invece l’unica cosa che avevo trovato era stato un mio nascosto talento, col quale avevo trasformato quella giungla domestica in un grazioso insieme di fiori e composizioni di pietre, ispirandomi a qualcosa che avevo visto tempo prima in un cartone animato giapponese.

«Sì, era messo male ma ora è decente», commentai lapidario.

Il poliziotto rise, tanto che stupito tornai a guardarlo a punto interrogativo.

Si strinse nelle spalle e sorrise senza parlare. Restai a fissarlo per qualche secondo, ma non aggiunse altro. Un rapido movimento fra tre enormi piante di aloe attirò la mia speranzosa attenzione, così accorsi cauto. Solo un movimento ancora, però, e vidi fuggire una lucertola tardiva. Sbuffai deluso, scuotendo il capo e pensando che dovevo rassegnarmi: dopo i miei amici di lunga data, avevo perso anche il gongilo; evidentemente la vita era fatto di questo e, se non me ne fossi presto persuaso, sarei veramente finito con il diventare anch’io un pazzo allucinato che vagava spostando sassi e piangendo “dov’è, dov’è”. Cavolo… e se dietro quel gongilo ci fosse stata una maledizione? Se davvero quel tipo della leggenda fosse stato vittima di un incantesimo nel quale stavo rischiando di cadere anch’io? La maledizione del gongilo fantasma!

Ebbi un fondo brivido di terrore, per il quale feci quasi un balzo indietro.

«Ehi… tutto a posto?» mi domandò sollecito il poliziotto.

Gli lanciai un’occhiata, fui tentato di parlargli del gongilo scomparso, magari l’aveva visto. Poi, però, pensai che ad uno come lui poco poteva importare di quel tipo di faccende, meno ancora che a mio padre. Così mi limitai a scuotere una spalla.

«Sicuro sicuro? Perché prima mi è sembrato che cercavi qualcosa e ora sembrava che qualcosa ti aveva spaventato.»

La sua osservazione dapprima mi stupì: accidenti, nei sedici anni della mia vita nessuno della mia famiglia mi aveva dedicato quell’attenzione! Dopo, però, ricordai che quello era un ispettore di polizia e che probabilmente cogliere i dettagli faceva parte del suo mestiere.

«Niente di che…» borbottai nondimeno. «Vedevo se c’era un gongilo…»

«Un gongilo

«Sì… è un rettile, una specie di lucertola però tozza, a forma di sigaro, con le zampotte corte e la coda pacchionella…»

«Aaaah! Il tiraciatu!» esclamò, illuminandosi di un’aria divertita.

«Il tiraciatu

«Sì sì! I paesani lo chiamano così…»

«E che significa?»

«Tira ciatusucchia fiato…»

«Oh mamma… E perché lo chiamano così?»

«Perché le nonne dicevano che s’infilano nei lettini dei neonati per leccare il latte nelle loro bocche e li soffocano scivolando dentro!»

Sgranai gli occhi, inorridito e incredulo.

«Non può essere che lo fanno!»

«Certo che no», sorrise, «sono quelle dicerie popolari senza un vero fondamento…»

«Tu però allora li conosci, li hai visti!»

«A decine! Io e i miei amici li cercavamo e li inseguivamo…»

La mia improvvisa espressione dura lo interruppe.

«Per ammazzarli?»

«Beh… no… cioè… ci divertivamo a farli scappare…»

«Che divertimento intelligente…»

«Sì, sono d’accordo», fece, lievemente imbarazzato, «da ragazzini si fanno un sacco di cavolate… Tu perché lo cerchi? Come hai detto che lo chiami?»

«Gongilo, e non sono io che lo chiamo così: è il suo nome ufficiale!»

Il poliziotto sorrise di nuovo e a quel punto ebbi la sensazione che ridesse di me.

«Mi trovi tanto divertente?» aggiunsi allora, caustico.

Bello e idiota: un classico da manuale della fenomenologia maschile; proprio il tipo che piaceva alle femmine!

Lo sguardo giallo si fece allora dolce, tanto da spiazzarmi.

«Non rido di te», mi corresse – come se mi avesse letto nel pensiero. «Mi piace il fatto che sei un ragazzo dal bel caratterino…»

«E tu che ne sai?»

«Beh… intanto, sei in gamba: guarda che hai fatto del disastro che avevo qua fuori! E poi sei intelligente, sei determinato e hai un orgoglio grande quanto questa casa…»

Lo fissai ad occhi socchiusi, cercando di capire se mi stesse blandendo.

«Uh… Vabbè… Io ho finito per oggi, me ne vado. Ci vediamo domani alla stessa ora…»

«Se cerchi i tir… i gin… i gongili, ne puoi trovare un po’ nel campo dei crastoni

«Dove?»

«Nel campo dei crastoni, quello al confine con la spiaggia di sud! Là ci sono un sacco di sterpaglie e rovi secchi ed è un bel po’ sabbioso sotto i sassi… I tiraciatu… i gongili, va’, preferiscono quei posti lì, no?»

Continuai a scrutarlo con aria sostenuta, sebbene quell’inaspettata informazione mi stesse infondendo un interiore senso di gioia che difficilmente ricordavo di aver provato negli ultimi tre anni.

«Nel campo dei crastoni, quindi…» ripetei con apparente sufficienza.

«Sì, là!»

Peccato che io mi fossi dedicato tanto poco all’esplorazione del territorio nelle precedenti due estati, da non avere la minima idea di dove sorgesse quel campo che immaginavo colonizzato da gigantesche lumache! Restai in attesa qualche istante, in caso il poliziotto avesse aggiunto qualche valida indicazione, ma quello mi domandò invece perché io cercassi i tiraciatu. E fu in quel momento che realizzai veramente quanto povere fossero diventate le mie estati, un tempo talmente piene e soddisfatte da addirittura lasciarmi l’abbronzatura fino a quasi Natale. Nelle ultime due, invece, non avevo neanche preso la mascherina rossa in viso! Mi salì una tristezza immensa, amara come il sapore di ciò che non avevo più, tutto ciò che avevo condiviso con i miei inseparabili compagni di vita: i giochi, le chiacchiere, le corse in bicicletta, le ore in mare a cercare patelle e polpi, le notti a scrutare le stelle e a fantasticare di altri pianeti; le confidenze, i segreti, le scoperte; le urla di vita lanciate verso l’orizzonte nelle mattine di quei bellissimi temporali estivi. E le emozioni, c’erano state così tante emozioni, ubriacanti di piacere e felicità. Si era tutto sopito dentro di me, in quegli ultimi tre anni, come un vulcano tappato a forza da cemento, e la mia gioia più grande era diventata avvistare un animaletto strisciante e bruttino!

Sentii le lacrime pungermi gli occhi, ma attinsi a tutta la mia dignità per trattenerle, pugni serrati e denti stretti.

«Perché devo farci una ricerca per la scuola», risposi quindi, sufficientemente controllato.

«Ah! Compiti per le vacanze, eh?» commentò allora complice il poliziotto, arricciando leggermente il naso. «Che p… che scocciatura, vero?»

Serrai le labbra ancora più forte. Già, perché anche per me un tempo i compiti delle vacanze erano stati una gran bella rottura di scatole da assolvere alla bell’e meglio giusto a ridosso della ripresa delle lezioni; ma questo in un’altra vita, quella fermatasi tre estati prima! Adesso, se non avessi avuto almeno quei compiti, i miei pomeriggi sarebbero stati eterni! E a settembre – le ultime due volte – ero stato non solo quello che aveva portato i temi più lunghi (praticamente dei romanzi!), ma che anche aveva fatto tutti le prove dei libri degli esercizi, pure quelle non assegnate. Che tristezza, che pochezza… Che vergogna!

«Già…» biascicai appena.

Mi decisi a porgere il mio saluto, cui il poliziotto rispose con affabilità, e me ne andai. Mi sentivo addosso il doppio dei miei anni… che dico: il quadruplo! Ero diventato un vecchio nell’anima, un noioso secchione; neanche i miei amici di infanzia mi avrebbero riconosciuto!

[Continua a leggere!]

(Un’estate tiraciatu – racconto di Patrizia Grotta © 2019 a cura di Ljus av Balarm)

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